RIPORTIAMO IL SORRISO A PRATO

Filippo Boretti

Il blog del dandy col foulard.

Datini a confronto

A confronto con lo statalismo che sta accompagnando l'economia e la società italiana da decenni, il nostro concittadino brilla di intraprendenza come un faro nella notte oscura!

Non solo ebbe l'ardire di essere ricco, in una società in cui lui conservava pochi abiti per sé e creava continue occasioni di lavoro per concittadini e non, ma di far girare l'economia. Ricordate la faccenda della cambiale? Quella che lui non inventò ma che era un "lettera di cambio" ben conosciuta grazie a questi ricchi mercanti sparsi per l'Europa. Ebbene, grazie ad essa i traffici "mondiali" si moltiplicarono a dismisura così come la "ricchezza" diffusa per tutto il Mediterraneo e l'Europa dei commerci. E' un fatto storico; furono i mercanti, non i chierici o i patrizi, che con la "lettera di cambio" inventarono la fiducia, il più grande moltiplicatore dell'economia reale. A casa i forzieri! Viva la fiducia di promettersi e di riscuotere soldi! Se Duccio, amico di Cosimo, doveva dare qualcosa a Lapo, ma abitavano lontani, mentre Cosimo si spostava fra l'uno e l'altro, ecco fatto, i soldi li mette Cosimo per Duccio e Duccio rifonderà quanto prima Cosimo, con l'interesse ben s'intende.

Qui, lo Stato non c'entra nulla, anzi, era bene che se ne stesse fuori con le sue sole gabelle ai porti e alle porte della città.

Tanti furono i traffici di Francesco di Marco Datini che per un secolo e più, per la grande capacità di aver generato ricchezza reale, la città poté beneficiarne dalla sua morte al sacco del 1512. 

Fintantoché visse, il nostro Mercante non lesinò, contrariamente a quanto una vulgata pensi, di partecipare, di essere solidale, di essere responsabile per sé, per i propri soci, per Margherita e la figlia Ginevra. Fu uomo ricco di valori, tanto da pensare per alcuni anni - all'avvicinarsi della morte che all'epoca era sempre in agguato - come destinare le proprie ricchezze a beneficio dei molti, presenti e futuri. Giudicare Datini senza etica è avere una vista corta e assai malsana, vista l'amicizia che lo legava al devoto e religioso Ser Lapo Mazzei.

Anche nell'affrontare casa propria, ebbe l'ardire di pensare diversamente; non solo la volle bella, ma utile, giudicando la casa medievale non più adatta a sé, né alla famiglia, né agli affari. Una casa che comunque in maniera autentica ha attraversato quasi illesa oltre 600 anni per giungere a noi col suo carico di storia. Ancora una volta, i Ceppi - il suo lascito più importante in senso assoluto - ne seppero fare buon uso e rispettosa memoria. Pare che solo l'evo moderno, dagli anni '90 ai giorni nostri operi per espellere Datini e la sua grandezza da Prato; colpa della politica sempre più ignorante.Francesco si lasciò alle spalle l'evo medio, sicuramente senza piani "B" per salvarsi, e scommise tutto se stesso e tutto ciò che aveva, e riscuoteva, per accrescere fortune che erano inimmaginabili fino a pochi decenni prima. La terra di Toscana libera, affrancata dall'Imperatore, volle dire intraprendenza, valori etici, libertà. Percepì una geografia diversa dai suoi coetanei e non ci fece solo attività, ma credette di poterla materializzare nella sua casa: una novità; una casa aperta, non chiusa come una torre, una casa bassa, non alta come le torri, una casa per accogliere, non per difendersi ... inventò anzitempo la rinascenza. Quanto poco è stato studiato il Datini per essere stato illustre e antesignano del rinascimento fiorentino!

Ma siamo a Prato, si comprende che soltano il pratese sputa nel proprio piatto, mentre affitta microlotti allo "straniero" per non far più lui l'imprenditore (paradosso tutto pratese). Altri si sarebbero già fatti d'oro col Datini e la sua magione. Mentre noi siamo diventati o parassiti o speculatori o affaristi, ma con lo Stato benedicente o consenziente, ben inteso.

Poco apprezzato, dunque, il nostro Mercante e relegato ad essere solo un losco figuro che tratta denari, mentri per secoli fu apprezzato e ammirato, portato d'esempio in città per educare ed eccellere. Il maestro Garella, scultore di fine '800, ne fece una statua e il Comune la volle nel cuore della città, in piazza del Comune appunto, mentre ora per i piccioni e una corona l'anno sono l'unica celebrazione che il Comune tributa al suo eccellente cittadino. Non si può prentendere di più da chi non ha cultura; nato e vissuto in un'epoca in cui il moderno stato nazionale non esisteva, ben lungi da esserci all'ora il pensiero di una rivoluzione ideologica, costruì una fortuna non per se stesso. Lui conduceva sempre vita austera e modesata, ben diversamente da ciò che i Medici da lì a pochi anni avrebbero incarnato con la loro tirranide illuminata e finanziaria. Non sperperava, capì fin da giovane, con la modesta ma adeguata dote che i genitori gli lasciarono presi dalla peste, che il denaro è duro da fare; si suda, il rischio, il fallimento è sempre in agguato e, se pur si cade, si deve avere chiaro l'obiettivo e perseguirlo anche per altre strade, sempre mercanteggiando, certamente, ma con un occhio a Dio, ai familiari, ai soci, agli amici e al bello. Personaggio lodevole, non smise mai di leggere i classici, quelli allora conosciuti, e di seguirne le orme, soprattutto sentendosi cittadino, parte di una comunità.

Dunque, ancora oggi, Francesco di Marco di Datino insegna a noi pratesi che la vera ricchezza duratura si costruisce solo con l'intraprendenza, l'etica e la libertà. Lo Stato può benissimo essere assente, anzi, meglio che se ne stia fuori dagli affari, ma ne curi la memoria del Mercante adeguatamente, perché cultura oggi è vera ricchezza.

Se Prato vorrà mai riprendersi, dovrà investire su uno dei suoi più grandi e mai capitalizzati core business, Datini. Ma vedo che ancora il ritiro dell'immondizia, le auto parcheggiate, i cartellini attacati con lo scotch, l'illuminazione ingiallita quasi fosse dell'epoca del Datini, la stupida distanza-distinzione mantenuta fra Pretorio e Casa del Mercante (palazzo Datini), la mancanza di strategia nell'unire le Fondazioni che coabitano in Palazzo Datini (Fondazione Casa Pia dei Ceppi Palazzo Datini e Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini), mostrano l'assenza di visione strategica di un'intera classe politica e dirigente della città.

Nonostante il nuovo Statuto dei Ceppi, o tutti i soldi che la Amministrazione promette per Prato per progetti deliberati ma discutibili, ma non per Datini, il Palazzo e il cuore della città sono abbandonati a se stessi, forse che un sottopasso, genera e moltiplica più economia?

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Il sistema falce e martello pratese

Prato ha iniziato a smarrirsi da quando l'Italia ha scelto di collettivizzare, nonostante Prodi dal 1996 abbia fintamente "privatizzato", cioè da quando, nello stesso periodo, ha scelto lo statalismo ossessivo, e ancor maggior partitocrazia, grazie anche ad una legge elettorale che ha rafforzato i Sindaci dal 1993; perciò, non c’è da stupirsi se la politica locale - con più potere rispetto al passato - ha aperto lentamente a sistemi criminosi "legali" pur di invadere settori della società e gestire l'economia.

Addirittura, oggi, a Prato su 194.000 abitanti abbiamo 24.000 residenti (circa il 57% della popolazione straniera) provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese [ovvero "cittadini stranieri" provenienti dal più potente e pericoloso regime totalitario, imperialista e colonialista, anti democratico, politicamente avverso e antagonista a tutte le democrazie liberali occidentali (senza scrupoli nel calpestare diritti di autodeterminazione di popoli come il Tibet o Taiwan e senza scrupoli nel calpestare diritti umani, civili e libertari entro i suoi stessi confini)] che le politiche culturali degli eredi del PCI pratese hanno imposto alla città perché senza "cinesi" la città non sopravvive (Sic!).

Di fronte a tale affermazione, però, non ho conosciuto nessun economista che affermi: «Senza i "cinesi" pratesizzati, i pratesi non troveranno modi di sviluppo, crescita e benessere per la città del futuro», non mi è risultato che i 153.000 residenti italiani siano maggiormente ricchi perché i "cinesi" hanno raggiunto un'incidenza del 16% in città, ovvero, non mi risulta che ci sia ancora chi crede alla favola che, per "fare affari a Prato", abbiamo bisogno dei soldi provenienti dalle banche di stato di un pericolosissimo nemico economico e commerciale, quale un regime totalitario è, e che tutto questo non si chiami "colonizzazione" e da pari nostro "vendita" della città al nemico. Paradossalmente, questo è il modello politico socio-economico messo in atto dalla partitocrazia degli eredi del PCI, tuttora al potere in città, che una parte della città ha accettato e sostenuto "democraticamente" tramite "libere elezioni", ovviamente a totale discapito della città intera.

Quindi, se la politica di "opposizione" ha da colpire, miri al cuore del "problema Prato" e faccia uscire il marcio appena appena nascosto sotto le sembianze del "politicamente corretto", affinché la città possa riprendersi da sé, senza "partitocrazia", come sempre ha fatto da Datini (XIV-XV secolo) agli anni ‘80 del XX secolo.

L'interventismo pubblico, che fa affari con sistemi corrotti e corruttori, produce una società illiberale sempre più schiava di un sistema partitocratico, di conseguenza la società stessa ha paura del futuro e per proteggersi non invoca più "democrazia" - in senso liberale - ma in Italia sempre più "liberatori", figure autoritarie e carismatiche. Se non siamo i primi a credere nel potere della libertà e della democrazia liberale, consegneremo la città alla schiavitù di un sistema totalitario di matrice "comunista" (eredi del PCI e Cina del capitalismo comunista, connubio pericolosissimo). Abbiamo di fronte due nemici, e nessuno dei due è migliore per la democrazia liberale: l'autoritarismo di difesa e il totalitarismo "Sino-PD".

Un solo modo per difenderci: riporre al centro della questione "politica" le nostre libertà civili, le nostre virtù civiche, le nostre capacità di essere migliori perché amanti, non della schiavitù di stato, ma della libertà; ed un solo alleato: la stessa democrazia liberale. Valorizzare il modello della "democrazia liberale", che si incentra non su chi "governa" ma sul potere che i cittadini danno a chi "controlla" chi governa, pone i cittadini al di sopra dei partiti.

Perciò, siamo noi cittadini che dobbiamo liberare le istituzioni dal peso della "partitocrazia" e pretendendo che ogni eletto ci rappresenti, e rappresenti le istituzioni democratiche e repubblicane, non rappresenti più interessi di "parte" e di "partiti" (partitocrazia).

Se non diamo forza culturale, politica e istituzionale alla democrazia liberale, ovvero alla funzione delle "opposizioni" nelle nostre istituzioni, presto o tardi la città non cadrà in mano dei "fascisti" ma di un Paese straniero totalitario.

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De Gasperi Vs Unione Europea

Più approfondisco la storia nazionale, le questioni storiche e geopolitiche dell’Italia, più mi convinco che solo dei paesi esterni al Mediterraneo, barbari, atlantici e nuovi, come possono essere i paesi anglosassoni, senza che l’accezione barbaro sia intesa negativamente, ma storicamente innovativa e moderna, potevano dare vita ad una visione liberale della nazione, ad una economia di mercato e, in contemporanea, ad un forte interesse nazionale, pur formando una coscienza civica e pubblica incentrata sulle libertà dell'individuo e non sullo Stato (in virtù proprio della loro nascita come stati avverso la monarchia assoluta).

Da noi De Gasperi, nel brevissimo periodo post bellico in cui fu Primo Ministro (1946-1953) sotto la presidenza della Repubblica di De Nicola, poi di Einaudi, tentò di impostare e rendere più “atlantica” l’Italia (solo per citare: firma del Patto Atlantico 4 aprile 1949).

Il problema fu la sua DC che, appena seppellito (1954), si impadronì dello Stato, statalizzandolo ben oltre gas, petrolio e industrie, ritenute dal De Gasperi, sì necessarie per la sicurezza e la stabilità della giovane Repubblica, appena nata e nata povera, ma anche in virtù dell'interesse nazionale, per una Nazione che doveva dotarsi rapidamente di una prospera economia di mercato e fronteggiare fin da subito (e dialogare con) Francia e Germania.

Questo rileva, non la difficoltà congenita di rendere l'Italia "atlantica", e quindi più liberale e liberista ma, al contrario, la possibilità per la nostra penisola, ben difesa dalle Alpi, di guardare geopoliticamente, col mar nostrum che la circonda, ben oltre l'Europa continentale, potendosi direttamente aprire verso "Atlantico".

E' l'interesse franco-tedesco a tenerci nell'Europa continentale, più che il nostro - unico - interesse nazionale.

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USA, Gran Bretagna ed Italia lo stesso problema: la Germania

Oggi, quello che è in crisi è il sopravvalutato "capitalismo tedesco", e lo stesso "ordoliberismo", ovvero la via liberale socialdemocratica che ha creato e sostenuto la costruzione dell'Europa post-bellica; un "capitalismo" che è assai meno globalizzato, dunque limitato e senza futuro, più di quanto non si creda, se non iperfinanziarizzato, come prova l'attuale grave crisi di Deutsche Bank.

E' la visione di un'Europa conquistata, più che unita, secondo un modello teutonico ed in parte carolingio; asse franco-tedesco nuovamente rafforzato affinché la Francia non sia schiacciata o conquistata dalla potenza germanica (se non puoi fare diversamente, alleati e diventa più forte insieme).

Se non si comprendono le questioni geopolitiche del vecchio continente, poco contano le ideologie unitariste che vorrebbero ingenuamente il "super stato europeo" la panacea di tutti i mali; dobbiamo parlare delle sanguinose guerre balcaniche e di quanto è stata inutile l'Unione Europea nella disgregazione yugoslava sfatando magicamente la narrazione corrente della pace perpetua?

La Germania sta tornando troppo potente e "piccola" per la sua economia grande, come un'epoca non molto lontana, costretta ad est dalla grande Russia, ad ovest dall'Europa, mentre l'Italia, sia per Francia che per Germania, è bene che resti divisa, debole e alla loro mercé.

Oggi, l'Unione Europea è diventata non più contenitiva degli interessi teutonici, come la vollero i suoi tre Paesi fondatori (Francia, Italia e Germania) e l'America, ma terra di conquista per il neo imperialismo prussiano.

Tanto quanto l'interesse nazionale francese resta neo-colonialista - e necessariamente alleato, per interesse, della Germania sul vecchio continente - tanto la Germania è neo-imperiale per espandere ad ovest la sua forte sfera di interesse politico-economica.

E questo binomio franco-tedesco, mortifero per l'Europa, non è né il nostro interesse nazionale (mediterraneo) né, tanto meno, di un'America trumpiana, ancora unica vera potenza liberale capace di contenere i troppi interessi nazionalisti focolai di nuove crisi, né del Regno Unito, non casualmente in maggioranza pro BREXIT, adesso che la Germania sta diventando troppo potente - e pensa di fare a meno degli Stati Uniti e della Gran Bretagna (volendola solo assoggettare alle sue regole) - chiudendo accordi pericolosi, anche tramite il cappello dell'UE, con Russia e Cina.

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Trattare migranti e le “migrazioni” in maniera corretta

7 PASSI da fare

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1️⃣ Isolamento internazionale degli Stati che speculano sui diritti civili ed umani, foraggiando il sistema delle migrazioni, della tratta umana, del terrorismo, e conseguente revisione dei trattati internazionali che legano l'Italia ai loro governi.

2️⃣ Prevedere con gli Stati che si "ravvedono" trattati bilaterali, di libero mercato, delocalizzando imprese nazionali per creare economia e lavoro sui quei territori, importando i loro prodotti secondo standard qualitativi nazionali e/o europei.

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Delocalizzare si può (e si deve).

La delocalizzazione crea lavoro ed economia reale (diversamente dalle politiche assistenzialistiche, che foraggiano la corruzione, o dalle politiche di sfruttamento delle risorse primarie) esattamente nel terzo e quarto mondo e, al contempo, sviluppa un mercato per quei beni e servizi - dal valore aggiunto del primo e secondo mondo - che trovano ulteriore sbocco a beneficio della filiera di chi li crea e/o produce in “patria” evitando così migranti economici ed arricchendo tutti (prodotti di massa a basso prezzo non hanno valore aggiunto per essere concorrenziali se non prodotti dove i costi lo permettono). Inoltre, ulteriore aspetto positivo è che nel primo e secondo mondo innovi, investi sul futuro in beni immateriali quali cultura, maggiori competenze, ricerca , tecnologie, intelligenza artificiale, e richiami saperi e conoscenze anche dall'estero.

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3️⃣ Prevedere un sistema nazionale di accoglienza condiviso e attuato dagli Stati europei, tramite accordi, dove ciascun stato attualizzerà parametri di trattamento e inserimento sociale di diverso livello.

4️⃣ Prevedere sistemi di immigrazione legale basati su una rete di “ambasciate aperte” dei vari Stati europei, nei paesi di partenza, di transito e/o di prima sosta, dove poter presentare le richieste di asilo.

5️⃣ Conseguentemente, per le situazioni più pericolose, attivare corridoi umanitari, in caso di necessità con ponti aerei e navali direttamente gestiti dagli Stati nazionali europei secondo accordi internazionali.

6️⃣ Prevedere a livello nazionale 1xmille da destinare direttamente alle associazioni (terzo settore, ONG, Onlus etc.) che operano sui territori di crisi per garantire un flusso di denaro diretto là dove ce n'è più bisogno senza passare dagli Stati "corrotti" (in quanto non possono più essere sostenuti dagli Stati europei come "guardiani" contro l'immigrazione).

7️⃣ Garantire Nazione europea per Nazione europea condizioni di vita sicure e dignitose ai profughi riconosciuti come tali, mentre clandestini o non aventi diritto a permanere sui suoli nazionali siano immediatamente rimpatriati.

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La democrazia liberale è cultura, o non è

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Peretola, un aeroporto inutile!

Economia e lavoro, rigenerazione della città ponendo Prato nelle condizioni di intercettare i grandi flussi economici dei prossimi decenni; su queste premesse dovrebbe costituirsi il "buon governo" della città.

Il concetto è semplice: è la politica locale che deve seguire le grandi mosse dell'economia. Chi amministra, oggi, ha un solo impegno: preparare il tessuto cittadino ad essere fertile ed accogliente per sedi di prestigio di società, aziende e istituti di ricerca (università internazionali), richiamando capitale umano "forestiero" dal valore aggiunto, nonché flussi finanziari leciti; ciò implica rilanciare la società multietnica, non più rincorrerla e malamente gestirla. Significa anche abbandonare come prioritare le inefficaci politiche assistenzialistiche finora adottate, che fertilizzano solamente una società di esclusi, predatoria e senza valore aggiunto per la città.

Prato ha tutte le risorse per connettere paesaggio, cultura e tradizioni produttive con posizioni imprenditoriali innovative e di eccellenza, per facilitare la trasformazione dei suoi "macrolotti", iniziando dal "Macrolotto 0", in hub dedicati alle eccellenze e ai servizi innovativi internazionali.

Contrariamente a quanto alcuni credono, non è con l'ampliamento dell'Amerigo Vespucci che si aumenteranno i nostri fattori produttivi (moltiplicazione della ricchezza diffusa e dei posti di lavoro), ma con un sistema infrastrutturale regionale e nazionale attualizzato ed efficace che metta in grado Prato di oltrepassare Firenze per collegarsi direttamente e rapidamente con Bologna, Pisa, Milano, Roma e Genova.

In questa ottica, una terza uscita sull'A11 Firenze-Mare nel cuore dei sui "macrolotti" sarebbe più che auspicabile, nonché un servizio ferroviario degno di una città imprenditoriale, mercantile e industriale che Firenze ha schiacciato fin dal XV secolo.

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Programma di “buon governo”

"Il buon governo è dove regna la legge sopra tutti, indistintamente, e tutti la rispettano".

In una città non ci sono i buoni, perché non ci sono cattivi; ci sono solo coloro che rispettano o non rispettano la "legge", senza distinzione, ma dove la cittadinanza, e non la clandestinità, è posta al centro della legalità.

Giro di vite deve esserci perché la "legge" - non tanto le "leggi" - deve tornare al centro di un programma di "buon governo". Lo squallore cui assistiamo ogni giorno da anni è lo stesso cui tutti quanti abbiamo partecipato (da parti opposte ma interessate) da pratesi italiani e "pratesi" stranieri, troppo spesso e troppo numerosamente irregolari, illegali, fuori dalla "legge".

Le uniche ricette vere sono chiare: rigore verso tutti e inclusione, solo per chi vuole regolazzarsi.

La città non è quella che decide una minoranza al potere, perché tale è chi governa con un modello elettivo maggioritario. La città è l'evoluzione che le istituzioni e la storia ci consegnano: tradizionale, multiculturale e pluri-culturale, in cui tutte le "etnie" e le popolazioni presenti, se hanno forza e volontà di rispettare la "legge", coesistono e dialogano.

Chi amministra la città deve solo svolgere un compito di alta responsabilità laica per la libertà, il bene comune, la qualità della vita di tutti, il benessere collettivo, la giustizia e la pace sociale. Questo significa prendere atto della situazione reale e ri_accompagnare al “rispetto per la legge” tutti quanti: il primo punto di un programma che metterà realmente Prato al centro dell'interesse dei cittadini e della città.

| PHOTO | Pietro e Antonio di Miniato, I Santi Stefano e Giovanni Battista che presentano a Cristo la città di Prato. Nella pregevole vista della città si notano anche Palazzo Pretorio e Palazzo Datini, nonché il mercante Francesco di Marco di Datino, Palazzo Pretorio, Prato.

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Ideologia “Liberal”

La stagione dei "diritti" doveva iniziare? E non doveva terminare conquistati quelli fondamentali (sic et sempliciter).

Il presupposto "politico" delle ideologie progressiste occidentali, dal socialismo agli attuali "liberal", si contraddistingue per decostruzione continua e scientifica della società/comunità/nazione tramandate, verso un modello democratico ideologico non solo "aperto" (unionistico e globalistico), ma individualistico in cui l'opinione è il suo fondamento.

Se prima eravamo abituati a combattere le grandi ideologie, frutto dell'hegelismo, il marxismo in prima battuta, oggi non combattiamo neppure più avverso ideologie già nate e morte, quali il costruttivismo, il decostruttivismo, lo strutturalismo, il relativismo, il culturalismo, ma contro un "liberalismo liberal" modello sociale imposto "democraticamente", che fa della distruzione di ogni "verità" il proprio fondamento - grazie all'arbitrio della "opinione" - per giungere all'idealizzazione dell'essere umano senza più radici, fulcro né futuro (multiculturalismo e policulturalismo). Un "umanitaresimo" olistico privo di verità teleologica, tradizioni, conservazione, confini.

L'uomo "liberal" è un "morto che cammina", ricolmo di diritti entro uno spaccato formale democratico, sostenuto altresì dallo "Stato di Diritto".

Il qui e l'ora diventa perciò l'essenza del diritto politico progressista, dovuto e assoluto per tutti, costi quel che costi alla società, alle comunità, ad una nazione; le quali, come tali, non valgono più per i legami e i valori che storicamente fondano, ma in virtù del mantenimento di "stati sociali" distributori - tramite la coercizione della tassazione e del debito - di un "egualitarismo" che spezza ogni forma di ascendenza, concorrenza, diversità, lotta. L'importante è "allargare" sempre più i confini, cancellandone sempre più ...

La "pacem in terris" è ottenuta con la morte dell'essere umano: nato quello nuovo - in provetta - per morire con se stesso in una società "liberal" eugenetica ed eutanasiaca, ma "democratica" e di "diritto".

Ecco, perché chi parla di "sovranismo" o "nazionalismo" in forma negativa nelle "democrazie liberali" ancora non ha capito che le tradizioni sono il sale del mondo e dell'essere umano; formate geo-storicamente e tramandate da comunità capaci di difendere i loro valori e i loro confini territoriali e giuridici, i loro "capitali", su cui poggiano vite illustri capaci di essere motori del bene comune nelle eterne disuguaglianze della libertà, anche fra nazioni.

Riscoprire i valori della "conservazione" val bene, e molto più, di un modernismo progressista che sta autodistruggendo l'umanità occidentale, gli individui veri e le nazioni; che hanno dato vita alle "democrazie liberali", nonché allo "Stato di Diritto", cemento dei legami più profondi delle nostre comunità.

Il "liberalismo" ha da sempre avuto due facce, l'una quella che oggi è definibile "liberal", l'altra "conservatrice". Delle due, preferisco da sempre, la seconda.

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Tornerai a sorridere!

Proposte per un nuovo centro destra, liberal-conservatore

Il monopolio culturale di questa città, sostenuto da finanziamenti pubblici, e para-pubblici, e dai media locali, costringe entro un canovaccio politico e di potere locale indiscutibile. Chiunque voglia emergere, in termini di classe dirigente deve rendersi schiavo del sistema PD e associati, senza mettere in discussione la propaganda antifascita, post-comunista, partigiana, il costituzionalismo dossettiano e lapiriano, nonché il cattolicesimo sociale.

Questa predominante culturale, tenuta in pugno tramite il potere amministrativo da parte di un partito egemone, svolge, in pratica, un ruolo oscurantista verso chiunque diverso politicamente metta in discussione il mantra ideologico della società "multiculturale" aperta, accogliente, integrazionista, antinazionale e antisovrana ma europeista e internazionalista (pro Firenze e Regione, pro etnie ed, ergo, pro Repubblica Popolare Cinese).

Un'altra Prato è possibile solo se di destra, liberale e conservatrice: valorizzando le proprie radici nazionali e la sovranità locale quanto quella dell'Italia unita, avverso esattamente un'idea europeista/internazionalista di sempre maggior cessione di sovranità locale a clientele, in cui il liberismo ideologico "multiculturale" pratese è solo la maschera della disgregazione della nostra comunità cittadina a favore di una sempre più ideologizzata società aperta disunita, di individui e meno legami, di più diritti per tutti ma nessun obbligo verso la città, e quindi di sempre più amministrazione pubblica per rimodellare una città secolare a vantaggio di una città ideologizzata di pochi per pochi (45.000 su 200.000 abitanti).

Chiunque abbia a cuore un rinnovamento della città, non può altro che ripartire da due solidi principi: i valori civili, giudaico-cristiani, liberali e illuministi, e i valori risorgimentali di una comunità identitaria e sovrana, in cui il ruolo della memoria storica non può esser più (autoelettisi pilastri della comunità) né dell'antifascismo comunista e partigiano, né tanto meno di una minoranza cattolica sociale che si richiama unicamente a La Pira, Dossetti e Don Milani, "pilastri" utilizzati per mascherare rapporti di affari e di interessi metropolitani e toscani.

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Cittadini sovrani e liberi ma dentro una nazione

Insomma, pragmaticamente cittadini ben oltre i concetti di ius sanguinis et soli.

L'Europa, fino a qualche decennio fa, era il continente più popoloso. L'Africa, fra pochi decenni, sarà quello maggiormente popolato. L'Africa sarà la meno densamente abitata, con ampie aree inabitabili, l'Europa sempre più densamente abitata. La questione dei "diritti" va contestualizzata sia in senso storico che geografico, oltre che geopolitico; altrimenti, dagli ideali scivoliamo nell'ideologia umanitarista.

Sono i "valori" non negoziabili a contraddistinguerci fra il novero delle altre "civiltà" non europee; il mondo occidentale, le democrazie liberali e lo Stato di Diritto, in questo sono stati e tuttora sono straordinari.

In Europa, molti uomini e molte donne hanno trovato la "storia" e la "geografia" giusta dove nascere, radicarsi, crescere, portare a maturazione le proprie aspirazioni libere e individuali (certo, sacrifici e lotte, ma di liberazione appunto non solo "nazionali" se non anche individuali appunto). Questa storia e questa geografia "chiusa" dal Mediterraneo, dall'Atlantico, dagli Urali e dallo stretto dei Dardanelli, ci ha permesso di mantenerci a distanza da altri mondi. In realtà, è la stessa "storia" e la stessa "geografia" aperta che ha creato il più grande meticciato etno-culturale che l'umanità conosca.

La cittadinanza, ovvero la libertà degli individui, è nata sul diritto, ed entro "confini" nazionali e sovrani "europei" ben precisi e difesi; era naturale immaginarla legata allo Ius sanguinis o allo Ius soli, in un tempo storico e in una realtà geografica otto-novecentesca.

Ora è inimmaginabile non riferirla anche allo "Ius culturae".

Oggigiorno, siamo - anche per la geopolitica che nessuno può condizionare unilateralmente - di fronte a cambiamenti culturali epocali. La sfida è se mantenere o far giungere (permettere) sul nostro suolo sempre maggiori individui privi di diritti, nuovi apolidi e servi della gleba, o ricondurli tutti ad una "cittadinanza", entro confini "sovrani" e "nazionali" ben chiari, ovvero se difendere il recinto dei diritti aprendolo e custodendolo in base alle nostre "culture", o evolversi verso forme di società divise in classi, fra chi è cittadino (ha diritti) e chi non lo è (non ne ha) restando apolide-clandestino.

La questione sulla cittadinanza è tanto cruciale adesso, quanto per i prossimi decenni; non quella della "immigrazione" che è e resta un NON diritto, ma un fatto da "amministrare" dalle comunità di accoglienza, dalle autorità di uno Stato sovrano e nazionale con proprie identità culturali e leggi.

Una legge adeguata - attuale per il futuro - ci porrebbe al riparo da dissolvimenti; soprattutto, ci permetterebbe di progettare l'avvenire. La cittadinanza da una parte è un "diritto", dall'altra è "richiesta", quindi concederla è un dovere dello "Stato"; ma è anche "visione", "previsione", sguardo lontano.

Altra questione: essere cittadini in un mondo più dinamico non è come esserlo in un mondo più statico quale quello delle nazioni otto-novecentesche.

Certamente, si continuerà ad essere "diversi" sia per culture che per grado di "diritti" acquisiti o acquisibili in tempi diversi: saremo Italiani, diversamente da essere francesi o israeliani, ad esempio, e si potrà esserlo per nascita, per differenze linguistiche, per giuramento sulla Costituzione; oppure, si potrà essere - se già non è così per molti di noi europei - cittadini di uno stato europeo con gradi e tempi diversi nell'acquisizione dei "diritti" politici; si potrà nascere "stranieri" e al termine di un percorso diventare pienamente "cittadini" in quello stato sovrano; oppure, si potrà restare cittadini di un altro paese (dove si giunge per scelte diverse) mantenendo alcuni diritti di quello di partenza; o ancora, si potrà essere cittadini nati all'estero e non avere più legami con la nazione di origine fino a perdere la cittadinanza per le generazioni future, oppure estenderla per il mantenimento degli stessi legami col suolo "patrio"; infine, si potrà essere accolti ed iniziare un percorso di "integrazione" accettando i valori costituzionali del paese "accogliente", oppure esserlo temporaneamente e non permanere sul suolo di quella "nazione" etc.

Oggigiorno, nell'Europa "libera" si è cittadini in tanti modi diversi e le innumerevoli leggi statali sono tenute a riconoscerli tutti (discutibile o no, ma è un fatto).

Si è cittadini, quindi, e lo si sarà sempre più in tanti modi diversi, ma in ogni modo con diritti riconosciuti e precisi doveri rispetto allo Stato che ci vede nascere o vivere, permanendo stabilmente o meno.

Liberta, nazione e sovranità non possono andare che di pari passo, così come la costruzione e il mantenimento di "comunità" floride, libere e solidali fra loro; è la sfida degli attuali stati nazionali e "democrazie liberali" europei, almeno una, se non la principale.

Uno stato nazionale "liberale e democratico" dovrebbe limitarsi, perciò, "semplicemente" a riconoscere normando le fattispecie perché, la base dello stato di diritto è l'individuo e le sue più autentiche relazioni. Attenzione, però, ciò non implica che la cittadinanza debba essere riconosciuta a tutti indistintamente. La cittadinanza è per se stessa esclusiva ed escludente, in quanto uno Stato nazionale liberale e democratico, pur tollerando tutti, non può tollerare coloro che si servono della libertà per annullarla. La cittadinanza appartiene per se stessa all'ambito dei "valori" riconosciuti, o paradossalmente non riconosciuti, ed è perciò un fatto di cultura, etico socialmente e giuridicamente rilevante.

Concludendo, il riconoscimento della cittadinanza tramite la legge, è per una nazione ed una democrazia liberale come la nostra, fondata sullo Stato di Diritto, un aspetto di civiltà basilare, ma né il solo Ius sanguinis (razzisticamente il sangue), né tanto meno lo solo Ius soli (il solo fatto di essere nati in un luogo) possono essere la base universale per formare il riconoscimento della cittadinanza in Italia.

La chiave che dovrebbe tenere entrambi gli "ius" uniti è l'accettazione e l'adesione vissuta ai valori laici e liberali, alla "cultura" occidentale, ai suoi principi fondanti: cristiano-giudaici, liberali e illuministi. Questo sarebbe un buon discutere sulle tante cittadinanze possibili e rispondenti ai valori occidentali.

Infondo, essere cittadini "europei", ovvero "occidentali", è questione non solo di diritti e doveri, ma di sovranità e di "interesse nazionale" se vogliamo mantenere, difendere e promuovere per tutti, nel novero mondiale, i nostri precipui valori di "libertà", giustizia, solidarietà democratici e liberali.

#italia2019 #pointofview /

Costituzione da rifare

In Italia non si può essere orgogliosi della Costituzione se la vogliamo valutare con occhi attuali. E' malfatta, con intollerabili arcaismi post-bellici contaminati da elementi di socialismo. A paragone con quella Americana (1787) che si poggia su libertà, felicità e valore dell'individuo e della sua intraprendenza, noi poggiamo la fondazione della Repubblica (1948) su memorie "sovietiche": sul "lavoro", sul ruolo dei "partiti" (ovvero l'autoritarismo che prescrive l'occupazione dello Stato con prevalenza del ruolo dei partiti sulle istituzioni) e su di una profonda e insanabile ambiguità "illiberale" sul regime della "proprietà privata".

Sarebbe esagerato, e irrispettoso nei confronti dei padri costituenti che tanto fecero per redigerla con saggezza, affermare oggi che è letteralmente da buttare. Certamente, va rifatta in parecchi punti, uno dei quali se non il cardine per attualizzarla è sulla forma di governo.

Gli italiani, a parte quelli parassitari, non possono essere assolutamente orgogliosi di questa Carta sia sul piano del modello economico, per i difetti sull'efficienza, sia per come lo Stato applica le funzioni di solidarietà (l'assistenzialismo italiano tende a dare molto a chi non ha bisogno, impigrendo la società, e poco a chi è veramente in stato di necessità.

Di troppe cose, inoltre, in materia di modello politico ed economico l'Italia non può essere orgogliosa della sua Costituzione, tanto da non aver mai fatto scattare, dalla sua entrata in vigore, un sano e positivo "patriottismo costituzionale". Nessuno, infatti, pensa che il nostro modello "nazionale" è fra i migliori del mondo, anzi, è di fatto - grazie alla nostra Costituzione - uno dei peggiori di tutte le "democrazie liberali" moderne. E la democrazia liberale stessa in Italia continua ad essere incompiuta proprio grazie alla sua Carta.

Dobbiamo, perciò, tornare ad un "progetto nazionale" risorgimentale: gli italiani ci sono, ora va rifatta l'Italia, anche per dar corpo e sostanza al nostro di "interesse" nazionale (e non di altri, compresa la fantomatica "Europa unita").

Dove si interrompe la secolare rivoluzione democratica liberale, si interrompe il progetto democratico di una nazione col rischio del suo rovescio storico; rovescio - con le sue "memorie" sovietiche - già presente nella nostra Carta.

| PHOTO | Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma la Costituzione, 27 dicembre 1947

#pointofview #prato2019 /

A margine #BiffoniBis

Una giunta bloccata su 3/4 personse, non di più, che ha marginalizzato nuovamente tutte le risorse messe in campo purché Biffoni vincesse. Basti comprendere gli scontentati delle liste civiche, ma per nulla rappresantive in Giunta.

Una Giunta più chiusa della precedente, dove il potere del Sindaco aumenta, aumentando il potere intorno a pochi assessori chiave. Un BiffoniBis blindato nel palazzo che ha promesso mari e monti a tutti, a tutta la città.

A Prato il problema è assai semplice, ora che il giochino sta sfuggendo di mano per il palese degrado ambientale, socio-economico e urbano, ed ha due nomi chiari: "comunismo capitalista" e "capitalismo di relazione". Per l'ex Partito Comunista, la città è stata il perfetto laboratorio per elaborare e portare a maturità - dopo il crollo del muro di Berlino 1989 - entrambi (anche grazie alla "comunità cinese").

E' questo binomio a creare palesi enormi sperequazioni fra i cittadini pratesi perché queste sperequazioni non sono il frutto del legittimo merito e delle competenze, ma delle “amicizie politiche”, di far parte "di una partecipata” o "della giusta associazione”, il che è l’esatto opposto di una comunità liberale che rispetta le regole vivendo tutta quanta nella legalità.

Il "comunismo capitalista" (non solo quello sino-confuciano, ma assai prima quello pratese) e il "capitalismo di relazione" sono infatti il frutto marcio e avvelenato del finto egualitarismo dell'attuale PD toscano e pratese (integrazionista per interesse). Un baluardo "legalizzato" di irregolarità e i privilegi, e per questo focolaio che genera ed alimenta l'enorme degrado in città.

Cosa e come farà Biffoni, dopo tutte le promesse, lo stiamo già vedendo con questa "giunta" versione blindata ("giuntina").

Questo, invece, è ciò che vale per il sottoscritto: quel che serve a Prato è togliere il cappio del PD alla città (alle associazioni culturali, sociali e sportive in primis), dal collo delle imprese e liberare le risorse, i capitali umani e l'economia reale, smettendola di mortificare l'intraprendenza di tutti i pratesi, da chi si occupa di sociale sussidiariamente a chi pratica davvero sport con passione e meriti, dagli artigiani ai commercianti, dai micro, piccoli e medi imprenditori agli investitori che vivono di mercato vero e non fanno i finti imprenditori alle spalle delle coperture politiche del grande partito unico.

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