Insomma, pragmaticamente cittadini ben oltre i concetti di ius sanguinis et soli.

L’Europa, fino a qualche decennio fa, era il continente più popoloso. L’Africa, fra pochi decenni, sarà quello maggiormente popolato. L’Africa sarà la meno densamente abitata, con ampie aree inabitabili, l’Europa sempre più densamente abitata. La questione dei “diritti” va contestualizzata sia in senso storico che geografico, oltre che geopolitico; altrimenti, dagli ideali scivoliamo nell’ideologia umanitarista.

Sono i “valori” non negoziabili a contraddistinguerci fra il novero delle altre “civiltà” non europee; il mondo occidentale, le democrazie liberali e lo Stato di Diritto, in questo sono stati e tuttora sono straordinari.

In Europa, molti uomini e molte donne hanno trovato la “storia” e la “geografia” giusta dove nascere, radicarsi, crescere, portare a maturazione le proprie aspirazioni libere e individuali (certo, sacrifici e lotte, ma di liberazione appunto non solo “nazionali” se non anche individuali appunto). Questa storia e questa geografia “chiusa” dal Mediterraneo, dall’Atlantico, dagli Urali e dallo stretto dei Dardanelli, ci ha permesso di mantenerci a distanza da altri mondi. In realtà, è la stessa “storia” e la stessa “geografia” aperta che ha creato il più grande meticciato etno-culturale che l’umanità conosca.

La cittadinanza, ovvero la libertà degli individui, è nata sul diritto, ed entro “confini” nazionali e sovrani “europei” ben precisi e difesi; era naturale immaginarla legata allo Ius sanguinis o allo Ius soli, in un tempo storico e in una realtà geografica otto-novecentesca.

Ora è inimmaginabile non riferirla anche allo “Ius culturae”.

Oggigiorno, siamo – anche per la geopolitica che nessuno può condizionare unilateralmente – di fronte a cambiamenti culturali epocali. La sfida è se mantenere o far giungere (permettere) sul nostro suolo sempre maggiori individui privi di diritti, nuovi apolidi e servi della gleba, o ricondurli tutti ad una “cittadinanza”, entro confini “sovrani” e “nazionali” ben chiari, ovvero se difendere il recinto dei diritti aprendolo e custodendolo in base alle nostre “culture”, o evolversi verso forme di società divise in classi, fra chi è cittadino (ha diritti) e chi non lo è (non ne ha) restando apolide-clandestino.

La questione sulla cittadinanza è tanto cruciale adesso, quanto per i prossimi decenni; non quella della “immigrazione” che è e resta un NON diritto, ma un fatto da “amministrare” dalle comunità di accoglienza, dalle autorità di uno Stato sovrano e nazionale con proprie identità culturali e leggi.

Una legge adeguata – attuale per il futuro – ci porrebbe al riparo da dissolvimenti; soprattutto, ci permetterebbe di progettare l’avvenire. La cittadinanza da una parte è un “diritto”, dall’altra è “richiesta”, quindi concederla è un dovere dello “Stato”; ma è anche “visione”, “previsione”, sguardo lontano.

Altra questione: essere cittadini in un mondo più dinamico non è come esserlo in un mondo più statico quale quello delle nazioni otto-novecentesche.

Certamente, si continuerà ad essere “diversi” sia per culture che per grado di “diritti” acquisiti o acquisibili in tempi diversi: saremo Italiani, diversamente da essere francesi o israeliani, ad esempio, e si potrà esserlo per nascita, per differenze linguistiche, per giuramento sulla Costituzione; oppure, si potrà essere – se già non è così per molti di noi europei – cittadini di uno stato europeo con gradi e tempi diversi nell’acquisizione dei “diritti” politici; si potrà nascere “stranieri” e al termine di un percorso diventare pienamente “cittadini” in quello stato sovrano; oppure, si potrà restare cittadini di un altro paese (dove si giunge per scelte diverse) mantenendo alcuni diritti di quello di partenza; o ancora, si potrà essere cittadini nati all’estero e non avere più legami con la nazione di origine fino a perdere la cittadinanza per le generazioni future, oppure estenderla per il mantenimento degli stessi legami col suolo “patrio”; infine, si potrà essere accolti ed iniziare un percorso di “integrazione” accettando i valori costituzionali del paese “accogliente”, oppure esserlo temporaneamente e non permanere sul suolo di quella “nazione” etc.

Oggigiorno, nell’Europa “libera” si è cittadini in tanti modi diversi e le innumerevoli leggi statali sono tenute a riconoscerli tutti (discutibile o no, ma è un fatto).

Si è cittadini, quindi, e lo si sarà sempre più in tanti modi diversi, ma in ogni modo con diritti riconosciuti e precisi doveri rispetto allo Stato che ci vede nascere o vivere, permanendo stabilmente o meno.

Liberta, nazione e sovranità non possono andare che di pari passo, così come la costruzione e il mantenimento di “comunità” floride, libere e solidali fra loro; è la sfida degli attuali stati nazionali e “democrazie liberali” europei, almeno una, se non la principale.

Uno stato nazionale “liberale e democratico” dovrebbe limitarsi, perciò, “semplicemente” a riconoscere normando le fattispecie perché, la base dello stato di diritto è l’individuo e le sue più autentiche relazioni. Attenzione, però, ciò non implica che la cittadinanza debba essere riconosciuta a tutti indistintamente. La cittadinanza è per se stessa esclusiva ed escludente, in quanto uno Stato nazionale liberale e democratico, pur tollerando tutti, non può tollerare coloro che si servono della libertà per annullarla. La cittadinanza appartiene per se stessa all’ambito dei “valori” riconosciuti, o paradossalmente non riconosciuti, ed è perciò un fatto di cultura, etico socialmente e giuridicamente rilevante.

Concludendo, il riconoscimento della cittadinanza tramite la legge, è per una nazione ed una democrazia liberale come la nostra, fondata sullo Stato di Diritto, un aspetto di civiltà basilare, ma né il solo Ius sanguinis (razzisticamente il sangue), né tanto meno lo solo Ius soli (il solo fatto di essere nati in un luogo) possono essere la base universale per formare il riconoscimento della cittadinanza in Italia.

La chiave che dovrebbe tenere entrambi gli “ius” uniti è l’accettazione e l’adesione vissuta ai valori laici e liberali, alla “cultura” occidentale, ai suoi principi fondanti: cristiano-giudaici, liberali e illuministi. Questo sarebbe un buon discutere sulle tante cittadinanze possibili e rispondenti ai valori occidentali.

Infondo, essere cittadini “europei”, ovvero “occidentali”, è questione non solo di diritti e doveri, ma di sovranità e di “interesse nazionale” se vogliamo mantenere, difendere e promuovere per tutti, nel novero mondiale, i nostri precipui valori di “libertà”, giustizia, solidarietà democratici e liberali.

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