Prato ha iniziato a smarrirsi da quando l’Italia ha scelto di collettivizzare, nonostante Prodi dal 1996 abbia fintamente “privatizzato”, cioè da quando, nello stesso periodo, ha scelto lo statalismo ossessivo, e ancor maggior partitocrazia, grazie anche ad una legge elettorale che ha rafforzato i Sindaci dal 1993; perciò, non c’è da stupirsi se la politica locale – con più potere rispetto al passato – ha aperto lentamente a sistemi criminosi “legali” pur di invadere settori della società e gestire l’economia.

Addirittura, oggi, a Prato su 194.000 abitanti abbiamo 24.000 residenti (circa il 57% della popolazione straniera) provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese [ovvero “cittadini stranieri” provenienti dal più potente e pericoloso regime totalitario, imperialista e colonialista, anti democratico, politicamente avverso e antagonista a tutte le democrazie liberali occidentali (senza scrupoli nel calpestare diritti di autodeterminazione di popoli come il Tibet o Taiwan e senza scrupoli nel calpestare diritti umani, civili e libertari entro i suoi stessi confini)] che le politiche culturali degli eredi del PCI pratese hanno imposto alla città perché senza “cinesi” la città non sopravvive (Sic!).

Di fronte a tale affermazione, però, non ho conosciuto nessun economista che affermi: «Senza i “cinesi” pratesizzati, i pratesi non troveranno modi di sviluppo, crescita e benessere per la città del futuro», non mi è risultato che i 153.000 residenti italiani siano maggiormente ricchi perché i “cinesi” hanno raggiunto un’incidenza del 16% in città, ovvero, non mi risulta che ci sia ancora chi crede alla favola che, per “fare affari a Prato”, abbiamo bisogno dei soldi provenienti dalle banche di stato di un pericolosissimo nemico economico e commerciale, quale un regime totalitario è, e che tutto questo non si chiami “colonizzazione” e da pari nostro “vendita” della città al nemico. Paradossalmente, questo è il modello politico socio-economico messo in atto dalla partitocrazia degli eredi del PCI, tuttora al potere in città, che una parte della città ha accettato e sostenuto “democraticamente” tramite “libere elezioni”, ovviamente a totale discapito della città intera.

Quindi, se la politica di “opposizione” ha da colpire, miri al cuore del “problema Prato” e faccia uscire il marcio appena appena nascosto sotto le sembianze del “politicamente corretto”, affinché la città possa riprendersi da sé, senza “partitocrazia”, come sempre ha fatto da Datini (XIV-XV secolo) agli anni ‘80 del XX secolo.

L’interventismo pubblico, che fa affari con sistemi corrotti e corruttori, produce una società illiberale sempre più schiava di un sistema partitocratico, di conseguenza la società stessa ha paura del futuro e per proteggersi non invoca più “democrazia” – in senso liberale – ma in Italia sempre più “liberatori”, figure autoritarie e carismatiche. Se non siamo i primi a credere nel potere della libertà e della democrazia liberale, consegneremo la città alla schiavitù di un sistema totalitario di matrice “comunista” (eredi del PCI e Cina del capitalismo comunista, connubio pericolosissimo). Abbiamo di fronte due nemici, e nessuno dei due è migliore per la democrazia liberale: l’autoritarismo di difesa e il totalitarismo “Sino-PD”.

Un solo modo per difenderci: riporre al centro della questione “politica” le nostre libertà civili, le nostre virtù civiche, le nostre capacità di essere migliori perché amanti, non della schiavitù di stato, ma della libertà; ed un solo alleato: la stessa democrazia liberale. Valorizzare il modello della “democrazia liberale”, che si incentra non su chi “governa” ma sul potere che i cittadini danno a chi “controlla” chi governa, pone i cittadini al di sopra dei partiti.

Perciò, siamo noi cittadini che dobbiamo liberare le istituzioni dal peso della “partitocrazia” e pretendendo che ogni eletto ci rappresenti, e rappresenti le istituzioni democratiche e repubblicane, non rappresenti più interessi di “parte” e di “partiti” (partitocrazia).

Se non diamo forza culturale, politica e istituzionale alla democrazia liberale, ovvero alla funzione delle “opposizioni” nelle nostre istituzioni, presto o tardi la città non cadrà in mano dei “fascisti” ma di un Paese straniero totalitario.

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