A confronto con lo statalismo che sta accompagnando l’economia e la società italiana da decenni, il nostro concittadino brilla di intraprendenza come un faro nella notte oscura!

Non solo ebbe l’ardire di essere ricco, in una società in cui lui conservava pochi abiti per sé e creava continue occasioni di lavoro per concittadini e non, ma di far girare l’economia. Ricordate la faccenda della cambiale? Quella che lui non inventò ma che era un “lettera di cambio” ben conosciuta grazie a questi ricchi mercanti sparsi per l’Europa. Ebbene, grazie ad essa i traffici “mondiali” si moltiplicarono a dismisura così come la “ricchezza” diffusa per tutto il Mediterraneo e l’Europa dei commerci. E’ un fatto storico; furono i mercanti, non i chierici o i patrizi, che con la “lettera di cambio” inventarono la fiducia, il più grande moltiplicatore dell’economia reale. A casa i forzieri! Viva la fiducia di promettersi e di riscuotere soldi! Se Duccio, amico di Cosimo, doveva dare qualcosa a Lapo, ma abitavano lontani, mentre Cosimo si spostava fra l’uno e l’altro, ecco fatto, i soldi li mette Cosimo per Duccio e Duccio rifonderà quanto prima Cosimo, con l’interesse ben s’intende.

Qui, lo Stato non c’entra nulla, anzi, era bene che se ne stesse fuori con le sue sole gabelle ai porti e alle porte della città.

Tanti furono i traffici di Francesco di Marco Datini che per un secolo e più, per la grande capacità di aver generato ricchezza reale, la città poté beneficiarne dalla sua morte al sacco del 1512. 

Fintantoché visse, il nostro Mercante non lesinò, contrariamente a quanto una vulgata pensi, di partecipare, di essere solidale, di essere responsabile per sé, per i propri soci, per Margherita e la figlia Ginevra. Fu uomo ricco di valori, tanto da pensare per alcuni anni – all’avvicinarsi della morte che all’epoca era sempre in agguato – come destinare le proprie ricchezze a beneficio dei molti, presenti e futuri. Giudicare Datini senza etica è avere una vista corta e assai malsana, vista l’amicizia che lo legava al devoto e religioso Ser Lapo Mazzei.

Anche nell’affrontare casa propria, ebbe l’ardire di pensare diversamente; non solo la volle bella, ma utile, giudicando la casa medievale non più adatta a sé, né alla famiglia, né agli affari. Una casa che comunque in maniera autentica ha attraversato quasi illesa oltre 600 anni per giungere a noi col suo carico di storia. Ancora una volta, i Ceppi – il suo lascito più importante in senso assoluto – ne seppero fare buon uso e rispettosa memoria. Pare che solo l’evo moderno, dagli anni ’90 ai giorni nostri operi per espellere Datini e la sua grandezza da Prato; colpa della politica sempre più ignorante.Francesco si lasciò alle spalle l’evo medio, sicuramente senza piani “B” per salvarsi, e scommise tutto se stesso e tutto ciò che aveva, e riscuoteva, per accrescere fortune che erano inimmaginabili fino a pochi decenni prima. La terra di Toscana libera, affrancata dall’Imperatore, volle dire intraprendenza, valori etici, libertà. Percepì una geografia diversa dai suoi coetanei e non ci fece solo attività, ma credette di poterla materializzare nella sua casa: una novità; una casa aperta, non chiusa come una torre, una casa bassa, non alta come le torri, una casa per accogliere, non per difendersi … inventò anzitempo la rinascenza. Quanto poco è stato studiato il Datini per essere stato illustre e antesignano del rinascimento fiorentino!

Ma siamo a Prato, si comprende che soltano il pratese sputa nel proprio piatto, mentre affitta microlotti allo “straniero” per non far più lui l’imprenditore (paradosso tutto pratese). Altri si sarebbero già fatti d’oro col Datini e la sua magione. Mentre noi siamo diventati o parassiti o speculatori o affaristi, ma con lo Stato benedicente o consenziente, ben inteso.

Poco apprezzato, dunque, il nostro Mercante e relegato ad essere solo un losco figuro che tratta denari, mentri per secoli fu apprezzato e ammirato, portato d’esempio in città per educare ed eccellere. Il maestro Garella, scultore di fine ‘800, ne fece una statua e il Comune la volle nel cuore della città, in piazza del Comune appunto, mentre ora per i piccioni e una corona l’anno sono l’unica celebrazione che il Comune tributa al suo eccellente cittadino. Non si può prentendere di più da chi non ha cultura; nato e vissuto in un’epoca in cui il moderno stato nazionale non esisteva, ben lungi da esserci all’ora il pensiero di una rivoluzione ideologica, costruì una fortuna non per se stesso. Lui conduceva sempre vita austera e modesata, ben diversamente da ciò che i Medici da lì a pochi anni avrebbero incarnato con la loro tirranide illuminata e finanziaria. Non sperperava, capì fin da giovane, con la modesta ma adeguata dote che i genitori gli lasciarono presi dalla peste, che il denaro è duro da fare; si suda, il rischio, il fallimento è sempre in agguato e, se pur si cade, si deve avere chiaro l’obiettivo e perseguirlo anche per altre strade, sempre mercanteggiando, certamente, ma con un occhio a Dio, ai familiari, ai soci, agli amici e al bello. Personaggio lodevole, non smise mai di leggere i classici, quelli allora conosciuti, e di seguirne le orme, soprattutto sentendosi cittadino, parte di una comunità.

Dunque, ancora oggi, Francesco di Marco di Datino insegna a noi pratesi che la vera ricchezza duratura si costruisce solo con l’intraprendenza, l’etica e la libertà. Lo Stato può benissimo essere assente, anzi, meglio che se ne stia fuori dagli affari, ma ne curi la memoria del Mercante adeguatamente, perché cultura oggi è vera ricchezza.

Se Prato vorrà mai riprendersi, dovrà investire su uno dei suoi più grandi e mai capitalizzati core business, Datini. Ma vedo che ancora il ritiro dell’immondizia, le auto parcheggiate, i cartellini attacati con lo scotch, l’illuminazione ingiallita quasi fosse dell’epoca del Datini, la stupida distanza-distinzione mantenuta fra Pretorio e Casa del Mercante (palazzo Datini), la mancanza di strategia nell’unire le Fondazioni che coabitano in Palazzo Datini (Fondazione Casa Pia dei Ceppi Palazzo Datini e Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini), mostrano l’assenza di visione strategica di un’intera classe politica e dirigente della città.

Nonostante il nuovo Statuto dei Ceppi, o tutti i soldi che la Amministrazione promette per Prato per progetti deliberati ma discutibili, ma non per Datini, il Palazzo e il cuore della città sono abbandonati a se stessi, forse che un sottopasso, genera e moltiplica più economia?

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